Africa, inspiring story, South Sudan

Interview to Sr. Rosa Farina


          L’Africa nel cuore

«A settembre compio 80 anni, e la prima volta che ho fatto la domanda per andare in missione è stato nel 1952, anno in cui sono diventata fma» esordisce così suor Rosa Farina , salesiana in missione in Africa da circa 30 anni, gli ultimi sei nel Sud Sudan a Tonj dove sorge la comunità fma “Giuseppina Bakita” che si occupa di educazione, catechesi e attività promozionali. Incontro suor Rosa presso la casa generalizia, a Roma, dove si è fermata qualche giorno prima di ripartire per il Sud Sudan. Quando le abbiamo chiesto l’intervista è rimasta molto sorpresa, ci ha risposto “ma io non saprei che dire, vivo in un paese a centinaia di km di distanza da Giuba (la capitale) di cose interessanti ce ne sono poche”. E invece il nostro incontro è durato più di un ora.

Il suo desiderio di partire in missione nasce subito. Viene esaudito altrettanto presto?

«Quando ho fatto richiesta per andare in missione, mi hanno mandato negli Stati Uniti, e non ero proprio contentissima perché allora, per noi italiani reduci dalla guerra, gli USA erano un paese ricchissimo. Io sognavo di andare in India e invece mi sono trovata in Florida».

Per quanto tempo?

«Sono stata negli Stati Uniti per 12 anni. Uno dei quali l’ho trascorso in California. Ho studiato l’inglese e ho fatto scuola e devo dire che l’esperienza è stata bella».

E poi?

«Dopodiché l’ispettrice degli States è stata chiamata a Roma e mi ha portato con lei come segretaria. Con questo mio incarico ho visitato gran parte del mondo, anche se non ho mai trovato entusiasmante il lavoro d’ufficio. Ho girato ovunque ed è stato bello ma a un certo punto ho detto “voglio cambiare”. Ma prima di cambiare sono passata dall’ufficio della segretaria delle missioni a quello della Madre Generale (Ersilia Canta n.d.a.) e sono stata con lei per 6 anni».

E dopodiché la prima missione?

«Sì, finalmente mi mandavano in missione. Sono stata a Cinisello Balsamo (Milano) per qualche anno ed è stata una delle esperienze più toccanti della mia vita. Con alcune persone che ho avuto modo di conoscere in quegli anni ho ancora contatti».

Quando arriva in Kenia?

«Agli inizi degli anni ottanta. Era il periodo del progetto Africa e serviva personale per sviluppare il lavoro. Sono rimasta 25 anni in Kenia e poi sono partita per il Sud Sudan, per sostituire una sorella keniota che si era ammalata. Era difficile, e lo è tuttora, trovare qualcuno che vada in Sud Sudan, devi essere un amante dell’avventura altrimenti non puoi partire».

Com’è essere in missione nel Sudan del Sud?

«Bello e difficile. Bello perché vivere a Tonj è un esperienza unica. La vita è semplice e tranquilla, sembra di vivere in un’altra epoca. Difficile perché la cultura tribale del luogo a volte rende difficile la comprensione reciproca. Ma i sudanesi sono intelligenti e, seppur lentamente, stanno prendendo consapevolezza della loro realtà».

Una realtà che è da molto poco che li vede indipendenti. Come è cambiata la situazione dopo l’indipendenza dal Nord?

«Commentare la realtà africana e, in questo caso, sudanese è sempre molto complicato. Noi lavoriamo con la tribù dei Dinga e per coloro che non sono emigrati è molto difficile farsi un’idea del mondo fuori. E poi c’è da dire che la guerra tra il sud e il nord ha distrutto le scuole che sono rimaste cumuli di macerie per circa trent’anni. Trent’anni senza scuole hanno lasciato delle lacune culturali molto grandi. Oggi però il desiderio di scuola e di istruzione c’è».

A Tonj infatti voi avete una scuola.

«Sì, abbiamo la materna e l’elementare che quest’anno è arrivata al terzo anno. I bambini sono tantissimi, mentre le bambine purtroppo sono ancora poche. Anche se mano a mano che passano gli anni ce ne sono sempre di più. La mentalità di mandare i figli a scuola non è ancora molto definita, i bambini sono usati come pastori e le ragazze si sposano molto giovani e alcune bambine vengono già prenotate perché lì gli uomini hanno più di una moglie: 3,4 o 5 a volte anche di più. E questo è un vero peccato perché sono intelligentissimi apprendono subito, pensa che i bambini della materna già parlano inglese ».

Chi insegna ai bambini?

«Abbiamo importato quattro maestri dal Kenia. Non avere scuola per trent’ anni significa anche non avere figure professionali atte all’insegnamento».

Un aneddoto o qualcosa che l’ha colpita particolarmente di questi bimbi?

«Una volta mi hanno chiesto di vedere la mia camera. E io ho esaudito la loro richiesta. Sai cosa gli è piaciuto di più? Il bagno. Un bimbo vedendolo ha detto “da grande costruirò una casa come questa”. E anche l’armadio appendiabiti li ha affascinati molto. Ecco, i nostri sforzi sono quelli di fornire gli strumenti giusti per far camminare questo popolo con le proprie gambe. Superando la mentalità meramente assistenzialistica».

E il ruolo della donna?

«Come ho detto prima, l’uomo si sposa con molte donne e la donna non lavora. O meglio lavora a casa e accudisce i figli. In realtà è difficile coinvolgerle in progetti e azioni rivolte a loro perché, al di fuori della loro cerchia è raro che instaurino rapporti».

Tornerai in Italia?

«Eh, non lo so».

Cosa ti manca di “casa”?

«Leggere. Leggere un libro o un giornale, questa è forse la cosa che mi manca di più. E poi anche un bel gelato ogni tanto non mi dispiacerebbe».

http://www.cgfmanet.org/info/mostranews.asp?sez=1&sotsez=4&Doc=47&Lingua=1

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